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Cappella della Madonna ed ex-voto

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Cappella della Madonna Bruna

Nella cappella, in una pregevole e artistica edicola in marmo, è racchiusa la venerata e prodigiosa Icona della Madonna Bruna. Per la descrizione iconografica di questa si veda alla prima parte del presente sito. L’edicola marmorea, ritenuta da alcuni opera di Tommaso Malvito (1510) e recentemente da altri di Bartolomé Ordonéz o di Giacomo Brixia, misura m. 3,68 di altezza e m. 2,46 di larghezza; è formata da due pilastri esterni con quattro nicchie, con rispettive statuette di santi e profeti, e da due pilastri interni sui quali poggia l’arco, con tre nicchie per parte adorne di statuette. In basso tra altre statuette un bassorilievo con la risurrezione. La parte che circonda immediatamente il quadro presenta di lato quattro angeli e nel semicerchio cinque serafini, mentre nella lunetta è rappresentato lo Spirito santo. In questa cappella vi è ancora la sepoltura di Federico d’Austria, cugino di Corradino di Svevia.

Sala degli ex-voto

Uscendo dalla Cappella della Madonna si vedono oggetti e tavolette votive, salvatesi da incendi e furti, e accresciutesi con altre di epoca recente.
Circa la “religiosità popolare” oggi si mette sempre più in evidenza la complessità e la verità degli atteggiamenti religiosi delle classi popolari. In questo campo è sempre più avvertita l’esigenza di superare una contrapposizione rigida della religiosità popolare e una sua alternatività rispetto a quella elitaria e ufficiale, risultando estremamente vari i rapporti sul terreno religioso tra gruppi egemoni e gruppi subalterni. Vanno inoltre comprese e riconosciute le dimensioni popolari della pietà come effettiva esperienza di fede e di vita cristiana, anche se a volte certe espressioni richiedono più maturità e una conveniente purificazione. La devozione popolare alla Vergine Bruna si è espressa nel passato è lo è tuttora con gesti semplici, quali la visita e la preghiera supplice dinanzi alla venerata effige di Maria; l’offerta di ceri votivi; la richiesta di benedire oggetti di devozione e indumenti. Espressivo è anche il gesto degli ex voto in argento o in cera e delle tavolette votive, di cui una raccolta assai interessante è possibile ammirare nel passaggio che dalla sagrestia conduce all’edicola della Madonna. Nella vie e nei vicoli della città partenopea, in moltissimi negozi, in splendidi palazzi e in umili dimore, un pò ovunque si trova una immagine della dolce “Mamma d’ò Carmine”. Numerose sono pure le confraternite, le cappelle od oratori, e le parrocchie a lei dedicate. Momento forte di espressione della propria pietà è sentito dal popolo, come anche dalla classe più agiata, la partecipazione alle processioni e alle celebrazioni che nei vari ritmi dell’anno si effettuano al Carmine Maggiore. La pietà popolare è stata lungo i secoli fortemente orientata alla preghiera e alla pratica della vita cristiana, con frequenza dei sacramenti della confessione e della comunione, e con il combattere forme di superstizioni profondamente radicate nell’animo popolare. Molto in questa linea si deve alla predicazione e al ministero dei religiosi carmelitani non solo presso il Carmine Maggiore, ma anche in tutto il meridione. Il fatto che in passato il sottoproletariato locale, le prostitute, i guappi e i “lazzari” ostentassero sul petto l’abitino di Maria, più che indicare una relazione tra la devozione della Madonna del Carmine con la malavita, come pregiudizio ideologico è stato asserito, esprime piuttosto la convinzione di questa gente, abbandonata in misere condizioni dalla inefficienza di governi succedutisi nel tempo, di poter trovare unica protezione nella Madonna che apprendevano a venerare fin dalla nascita e dalla quale speravano anche d’ottenere il perdono e la misericordia divina per i propri peccati e per quanto eran costretti a fare per sopravvivere.

Sulla destra si trovano la tomba di Padre Elia Alleva, a cui si deve il riscatto del convento dopo le soppressioni e la custodia del tempio durante gli eventi bellici.
Sullo stesso lato una tela che raffigura il carmelitano padre Tito Brandsma, martire nel campo di Dachau nel 1942 e beatificato da papa Giovanni Paolo II nel 1985.

Proseguendo, si giunge alla cappella situata a sinistra dell’abside e dedicata nel 1914 a S. Ciro.

La nicchia del santo, con statua modellata da Cefariello, è stata restaurata nel 1950. Gli stucchi che adornano la cappella sono in gran parte quelli eseguiti su disegno del Fanzago nel secolo XVII. Sulle pareti laterali quadri raffiguranti S. Anastasio e S. Biagio. Sotto il bel pavimento in marmo è sepolto il venerabile fra’ Stefano pelosio, carmelitano; a destra del cancello è possibile ammirare alcuni oggetti da lui usati.