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Uscendo dalla Cappella della Madonna si vedono oggetti e tavolette votive, salvatesi da incendi e furti, e accresciutesi con altre di epoca recente.
Circa la "religiosità popolare" oggi si mette sempre più in evidenza la complessità e la verità degli atteggiamenti religiosi delle classi popolari. In questo campo è sempre più avvertita l'esigenza di superare una contrapposizione rigida della religiosità popolare e una sua alternatività rispetto a quella elitaria e ufficiale, risultando estremamente vari i rapporti sul terreno religioso tra gruppi egemoni e gruppi subalterni. Vanno inoltre comprese e riconosciute le dimensioni popolari della pietà come effettiva esperienza di fede e di vita cristiana, anche se a volte certe espressioni richiedono più maturità e una conveniente purificazione. La devozione popolare alla Vergine Bruna si è espressa nel passato è lo è tuttora con gesti semplici, quali la visita e la preghiera supplice dinanzi alla venerata effige di Maria; l'offerta di ceri votivi; la richiesta di benedire oggetti di devozione e indumenti. Espressivo è anche il gesto degli ex voto in argento o in cera e delle tavolette votive, di cui una raccolta assai interessante è possibile ammirare nel passaggio che dalla sagrestia conduce all'edicola della Madonna. Nella vie e nei vicoli della città partenopea, in moltissimi negozi, in splendidi palazzi e in umili dimore, un pò ovunque si trova una immagine della dolce "Mamma d'ò Carmine". Numerose sono pure le confraternite, le cappelle od oratori, e le parrocchie a lei dedicate. Momento forte di espressione della propria pietà è sentito dal popolo, come anche dalla classe più agiata, la partecipazione alle processioni e alle celebrazioni che nei vari ritmi dell'anno si effettuano al Carmine Maggiore. La pietà popolare è stata lungo i secoli fortemente orientata alla preghiera e alla pratica della vita cristiana, con frequenza dei sacramenti della confessione e della comunione, e con il combattere forme di superstizioni profondamente radicate nell'animo popolare. Molto in questa linea si deve alla predicazione e al ministero dei religiosi carmelitani non solo presso il Carmine Maggiore, ma anche in tutto il meridione. Il fatto che in passato il sottoproletariato locale, le prostitute, i guappi e i "lazzari" ostentassero sul petto l'abitino di Maria, più che indicare una relazione tra la devozione della Madonna del Carmine con la malavita, come pregiudizio ideologico è stato asserito, esprime piuttosto la convinzione di questa gente, abbandonata in misere condizioni dalla inefficienza di governi succedutisi nel tempo, di poter trovare unica protezione nella Madonna che apprendevano a venerare fin dalla nascita e dalla quale speravano anche d'ottenere il perdono e la misericordia divina per i propri peccati e per quanto eran costretti a fare per sopravvivere.
Sulla destra si trovano la tomba di Padre Elia Alleva, a cui si deve il riscatto del convento dopo le soppressioni e la custodia del tempio durante gli eventi bellici.
Sullo stesso lato una tela che raffigura il carmelitano padre Tito Brandsma, martire nel campo di Dachau nel 1942 e beatificato da papa Giovanni Paolo II nel 1985.
Proseguendo, si giunge alla cappella situata a sinistra dell'abside e dedicata nel 1914 a S. Ciro.
La nicchia del santo, con statua modellata da Cefariello, è stata restaurata nel 1950. Gli stucchi che adornano la cappella sono in gran parte quelli eseguiti su disegno del Fanzago nel secolo XVII. Sulle pareti laterali quadri raffiguranti S. Anastasio e S. Biagio. Sotto il bel pavimento in marmo è sepolto il venerabile fra' Stefano pelosio, carmelitano; a destra del cancello è possibile ammirare alcuni oggetti da lui usati.
Basilica Santuario del Carmine Maggiore
Sala degli ex voto
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